Bullismo a Pescara: ''Dio perdona, la banda no''.

Uno scimmiottamento di un “romanzo criminale” tutto nostrano quello che ha visto protagonista il giovane Edgar, accusato insieme ad altri quattro amici minorenni di aver selvaggiamente picchiato, nel pomeriggio del 20 aprile scorso, un diciassettenne pescarese, la cui  per l’appunto “imperdonabile” colpa è stata quella di aver negato loro una sigaretta. Quel giorno a Pescara, piazza 1° Maggio, all’interno dell’area adibita a verde pubblico ivi esistente, il malcapitato è stato affrontato e brutalmente aggredito da un gruppo di giovani che, dopo averlo sopraffatto, lo hanno colpito ripetutamente con calci e pugni, dileguandosi subito dopo. La vittima, sebbene dolorante per i colpi ricevuti, si è allontanata a piedi e, accompagnata dai genitori, ha raggiunto il pronto soccorso dove gli è stata diagnosticata la frattura del setto nasale, di due dita delle mani e varie contusioni. Per le ferite riportate il giovane è stato ricoverato presso il reparto di otorinolaringoiatria dell’Ospedale di Pescara, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico. Determinanti per l’identificazione dei responsabili del pestaggio sono stati due amici della vittima, i quali, improvvisati investigatori, hanno raccolto preziose informazioni tra i loro coetanei, risalendo così ai nomi di alcuni ragazzi che avevano assistito o partecipato alla violenza. Inserendo tali nominativi nelle pagine di Facebook, i due amici sono riusciti anche a scaricare una foto, scattata pochi minuti prima e in una zona vicinissima a quella teatro dell’aggressione, in cui era ritratta proprio la comitiva di cui facevano parte gli aggressori. La foto, consegnata dagli amici al padre della vittima, che aveva sporto denuncia in Questura, è stata quindi portata all’attenzione degli investigatori, questa volta della squadra Mobile, i quali, accedendo alle pagine del citato ‘social network’, hanno avuto modo di riscontrare che erano riportati anche i nominativi e gli pseudonimi delle persone ritratte. La visione sul social network dei profili ritenuti d’interesse investigativo e delle relative foto “postate” ha permesso di arrivare a una prima immediata identificazione dei giovani, cui il successivo riscontro attraverso l’acquisizione dei cartellini delle carte d’identità ha consentito di generalizzare i soggetti raffigurati nella fotografia consegnata alla polizia Giudiziaria. La visione delle immagini estrapolate dal sistema di videosorveglianza ha dato ulteriore contezza di quanto accaduto nei giardinetti di piazza 1° Maggio il pomeriggio dello scorso 20 aprile, avendo le telecamere ripreso le fasi dell’aggressione. Grazie infatti all’identificazione certa dei giovani ritratti nella foto scattata poco prima, si sono individuati sia i responsabili che i testimoni del pestaggio, di cui si è ricostruita con precisione la dinamica. La Mobile, non appena le condizioni di salute del minore ne hanno permesso l’ascolto, ha raccolto la testimonianza della vittima, la quale ha ricostruito in dettaglio l’accaduto, identificando due dei ragazzi che l’avevano colpito per primi, poiché non aveva loro dato una sigaretta. Sono stati inoltre convocati e sentiti dalla polizia giudiziaria i giovani (quasi tutti minorenni) che dall’attività investigativa sono risultati aver assistito all’aggressione, pur non avendovi preso parte. L’attività ha consolidato ulteriormente il quadro probatorio nei confronti dei cinque giovani (di cui quattro infradiciottenni cioè tra 14-18 anni) già interessati da stringenti elementi di responsabilità. Alla luce delle emergenze investigative acquisite, è stata depositata un’informativa di reato presso la locale procura della Repubblica e presso la procura dell’Aquila, competente in ordine ai minorenni coinvolti. La procura della Repubblica di Pescara, nella persona del sostituto procuratore Anna Rita Mantini, sulla base delle risultanze prospettate dalla Pg ha fatto richiesta della misura cautelare degli arresti domiciliari nei riguardi di Flacco, indiziato dei reati di lesioni volontarie aggravate dai futili motivi e dall’aver cagionato alla vittima una malattia superiore a 40 giorni. Il giudice per le indagini preliminari Maria Michela Di Fine, condividendo l’impostazione accusatoria, ha disposto con propria ordinanza l’applicazione della misura, eseguita nella mattinata di oggi dalla squadra Mobile.]]>

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